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Tornavo, già mirando all’orizzonte
la prima fila di colli lontani.
Guardavo e non vedevo, ma guardando
t’immaginavo di nuovo sereno.
E la mia mente come quella bruma
l‘indefinito liquida abbracciava,
e muta al canto e triste di pianto
parole non voleva dirmi più.
Scesi, e sul sentiero passeggiai
scosso da un vento di nevi lontane
con un sospetto di pioggia d’aprile
scrutando monti che ormai non vedevi.
Strusciai le foglie di timo serpillo
e risentii ancor acre l’aroma
delle tue dita, e del pelargone
che mi porgevi per farmi odorare.
Arrivò di traverso una folata
e fracassò la brocca dei pensieri
che con tumulto si precipitarono
fuori da me nel vortice spauriti.
Farti restar con me volevo, ma
forte pulsava nel sangue il dolore.
Chi fosti tu, e chi io, non sapevo,
cercai risposta in un cielo già scuro.
In alto lo sparviero volteggiava,
e il cane l’aria gelida fiutava.
Dicesti della gatta, ricordai:
“Lei vive, e di morte non si cura”.